Le prime opere: la ricerca sull’autoritratto |
Il contatto
con l’ambiente pubblicitario, all’epoca molto attento
e ricettivo nei confronti dell’arte contemporanea, costituisce
per Pistoletto anche uno stimolo a seguire l’attività
delle gallerie torinesi, che offrono una presentazione piuttosto aggiornata
della produzione artistica internazionale. Pistoletto, che nel frattempo
ha affittato una soffitta in via Bava per dipingere, recepisce, nelle
ricerche degli artisti contemporanei, soprattutto la necessità
di trovare una risposta personale alle questioni esistenziali che
vede espresse nelle diverse correnti artistiche.
“L’arte rinascimentale è la base dell’evoluzione di tutto il mio lavoro. Ho veramente avuto una rivelazione di fronte alla Flagellazione di Piero della Francesca [opera che l'artista vede a diciotto anni, in una visita assieme al padre a Palazzo Ducale di Urbino]. All’epoca c’era il conflitto tra astrazione e figurazione. Era la grande discussione, il grande dibattito del momento. Ma di fronte a tale dipinto compresi che Piero della Francesca era sia astratto che figurativo. Compresi che il problema era tutt’altro, o perlomeno che non era posto chiaramente. Sentii allora che questo dipinto mi offriva una grande soluzione. Una simile impressione me la diede L’avventura di Antonioni. Si tratta evidentemente di un film con dei personaggi e ciononostante è un film astratto. Cito soltanto due opere importanti dell’arte italiana. Il film di Antonioni non è un dipinto, ma è in un certo senso pittura fatta di luce e immagini, un film che mostra il punto di convergenza tra astrazione e figurazione, quel punto che era già presente in Piero della Francesca.” (M. Pistoletto, intervista con Giovanni Lista, in Ligeia, n. 25-28, Parigi 1999) Allo stesso tempo, Pistoletto percepisce nella pittura
figurativa una via più consona alla propria formazione e
cultura. L’autoritratto è lo strumento che individua
per rispondere a tali esigenze e in esso concentra fin dall’inizio
la sua ricerca e produzione. “Al bivio tra la strada dell'informale e quella della figurazione, in cui credo che ogni giovane pittore oggi sia passato o si trovi, ho scelto la rappresentazione dell'uomo, perché la ritengo più adatta a realizzare il mio bisogno di esprimere particolari sentimenti e situazioni della condizione umana, ciò che per me è l'argomento più vivo e scottante di ogni tempo”. (M. Pistoletto, catalogo della mostra Premio Morgan’s Paint, Palazzo dell’Arengo, Rimini 1959) Intanto la sua ricerca si va sempre più concentrando sul problema della realizzazione del fondo nei propri autoritratti. “Tra il 1956 e il 1958 facevo quei ritratti, che col tempo diventarono sempre più grandi, con un testone sempre più grande. (…) Successivamente, le teste si sono ristrette per lasciar posto al corpo e allo spazio intorno. In questo tipo di riduzione della figura a dimensione reale sono stato molto coadiuvato dalla mostra di Bacon alla Galatea. Vedendo Bacon ho percepito che il mio problema, il mio dramma erano già lì, dichiarati, di un uomo alla ricerca della propria dimensione e del proprio spazio, una gabbia di vetro impenetrabile, in cui l’uomo viveva in uno stato talmente drammatico da essere soffocato, da non aver voce e spazio. Era un uomo bloccato, braccato, malato, distrutto, angosciato, splendidamente dipinto ma, in questo stato, terribilmente isolato (…) Ho continuato la mia ricerca, condensando proprio il mio lavoro sull’uomo, ma cercando di fare il contrario di Bacon: togliere tutta l’espressione e tutto il movimento dalle figure, così da raffreddare la drammaticità. (...) Ho continuato a giocare la mia partita sul rapporto tra la massa di questa persona e il suo fondo, così sono arrivato ai fondi d’oro, ai fondi neri. Facevo fondi che volevano essere luce, da cui la vetrata, o fondi assolutamente automatici ed inespressivi. Erano migliaia di righette oppure erano superfici tipo lineolum, cioè fondi decorativi anonimi e da questa anonimità del fondo mi aspettavo di veder accadere qualcosa.” (M. Pistoletto, intervista con G. Celant, in Pistoletto, Electa, Firenze 1984, p 23). |
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